7 marzo 2010

la dieta kilometrica di una domanda, favola

di tutte le tue mani, ognuna colorata in modo diverso. ferisco la tua spalla e dentro trovo un parco ad agosto. pieno solo di caldo. e di milioni di ombre dense e umide. apro l'altra ferita sul tuo ventre e trovo una stanza bianca, vuota e fredda. lo spazio che non può più essere matematico ci consola. dentro il mio silenzio da raccogliere in mille pezzi. pensi ad un arresto e ai suoi visi taglienti. le costole delle frasi. lo spazio quindi può essere non necessario. quando ti metti in un angolo per sentire almeno una cosa vicina come l'america. le falsità stereotipate che si sono radicalizzate. eserciti disegnati sulle colline nude e bagnate. le foto da geometri interiori. l'orrore come prova essenziale. il caldo artificiale allarga le navi. il vento spaziale le ricicla. onda su onda. "quello non sembra più nemmeno il tuo viso". mi leggo le speranze umide, le calmo. i grazie smisurati e senza morale. i mostri che si aprono la porta a vicenda per uscire presto la sera. come in una canzone di cui non ricordiamo più il titolo. ricacciamo il cielo in tasca per tutto il giorno preventivato. la colpa disumana dei ricordi sterminati. fino a dove non vedo la rinuncia fluorescente dei perché senza sconti. che sappiamo come si mette in piedi il costo della vita emancipata dalla vita stessa. le lettere luterane come un rinvio. il sospetto dell'attesa come risposta non può essere credibile. cosa rimane di non autopunitivo nella celebrazione della propria indipendenza? un unico discorso del cazzo
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siamo sempre stati soli in famiglia. e ce n'è sempre stato bisogno. per sentirsi meno indispensabili della realtà. della rinuncia immediata. le persone che non urlano hanno sempre un certo fascino per le patologie della cronaca immolata. eravamo in alto, oltre ogni più commestibile aspettativa, e avevi paura del nuoto. la divisa ti rende più simpatico o almeno così avresti voluto dire. ti vesto dentro una città di vetro rosa. la luce accesa sulle tue gambe che corrono nel letto. la pioggia rampicante e ottobre senza cornice. la nuvola che bisogna mettere attorno al sole. l'odore industrializzato della domenica mattina. il petrolio accogliente che ci lasciamo dietro per non tornare a casa. il passato posticipato di un qualsiasi bagno acceso. bisanzio e una domanda calda. gomitoli grammaticali legati attorno ad un tuo vestito. le volte che ti vorrei dire come fai. e anche quando dovrei farlo davvero non ci riesco. caldo stretto alle tue motivazioni senza nessun appello. sorridi dentro la voce insana delle cose senza nome. ottobre e mi sveglio presto. siamo diversamente uguali

1 commento:

Chloé ha detto...

torna natale con tutte quelle cose inutili e tutti i cibi sovrapposti a casaccio. torni a scrivere che nevica e vorrei essere un ghiro e svegliarmi tra due anni almeno. così il suo di viso lo avrò completamente dimenticato e smetterò di chiedermi da sola come sta e se ha tagliato i capelli.