27 novembre 2008

una mattina che ti vaccina ed è piena di titoli interscambiabili e violentati per non distendersi dentro un freddo sereno(con l'alternarsi delle

stagioni che si contestualizza)(bisogna rettificare l'inverno)
non serve più la sciarpa, ce l'ha una bambola. fare manovra a berlino. ed è magnifico sapere che esista qualcuno che ti dimostri che un libro non è diviso in capitoli ma in capitolazioni.. constatare che un'areola sia fatta con un fazzoletto ancora rosso. come i capelli di A. . e riuscire ancora a credere al destino che ti fa posteggiare lontano. credere ancora nell'esistenza del cestino. abitare appena dopo lo zoo, meritare niente di più di quello. essere assente ad un esame messo in anticipo. credere ad uno schema senza vederlo. sapere inconsapevolmente senza conoscere. tornare a scrivere in nero. almeno mi è stato possibile godermi un libro senza doverlo mangiare in una notte per regalarlo. che non porta bene chiudere gli occhi. e ti senti sporco come un cesso che conosci molto bene. è sempre aliud. ed era lei. e si perde una penna in una città lontana mentre si sta partendo. e c'è chi in silenzio ti riaggiusta i ricordi con la colla bianca e dura. il nero scandito e candido delle macchie oscurate negli scarabocchi discorsivi. comprendere ciò che è modificato. anche se è muto. e domani, lo ieri di oggi non sarà un cazzo. e rimarrà a casa ma per me. un cazzo di niente e sarà tutto da ridere. l'ipnosi concertistica di alcune passeggiate ci rende migliori anche se non del tutto autentici. e l'illusione preliminare di certi vestiti disonesti. semplici compiti di chiesa. e bestemmiare reiteratamente di fronte ad un fumoso tramonto gelido e periferico. nervoso sembra questo giorno di primavera precoce. che sembra prenderti per il culo come se fosse sincero di non morire. e trovare particolarmente comica l'iridescenza della muffa concettuale che ti tiene caldo dentro, come uno schiaffo promesso. chi non parla non sta meglio. essere maleaccompagnati da se stessi. e i racconti raccolti mai scritti. una cronaca cronica. e quando scopri qualcosa è sempre freddo. e la consustanzazione di un solitario immobile. e il marmo caldo per il vino freddo. i consigli nelle stanze che è meglio siano colme. il conseguente orlo troppo vicino. la "in successione" delle parole. la insuccessione delle parole. un discorso articolato in quattro fazzoletti. ho bisogno di un braccialetto. la mia voce che ha voce in capitolo delle capitolazioni. teso è un arco in questo baleno. in volo su questi muti e mutui pellegrinaggi in giorni scanditi dalla dolcetti. i minuti scanditi come sopra ma seduti a fumare. a mandare in cenere progetti scritti e scaduti. il permesso di soggiorno per il salotto. dolcemente incatenato, dolcemente scatenato, dolcemente incastonato senza un sorriso preliminare. con il mondo che è più profondo che alto solo per un concetto cautelativo. e non dico niente di vero e profumato

25 novembre 2008

una bottiglia vuota dentro la mia bocca secca

la sua rabbia allevata per candeggiare i sensi di colpa. la neve alla fine di un concerto, le tante canzoni che muoiono sulle mie labbra. quelle buttate vie durante le passeggiate fatte dal letto. ritrovarsi ad essere ancora più in discesa di ieri solo perché oggi piove con un tono innocente. e ti senti allora tu più in colpa per le serenate mai dettate ai tuoi giochi rotti. che ti tagli mentre rompi uno dei ricordi più belli che avevi conservato per questa tormenta. per le tormentate mattine disteso sul tavolo. il grido dei colpevoli. ritrovarsi a parlare con tutti delle scuse e delle patetiche innocenze. ritrovarsi a ridere delle storie di quando ti sentivi ancora più del solito te. le poesie trovate per caso dentro a libri rubati per caso dalla testa rotta. che è una festa rotta. come la verità che non le si toglie da dentro ed è inutile parlare. fuggire dalla vita senza scapparla. rimanere a parlare di cose appassite per ore e ore senza temere di vederle decomporsi. tagliar l'acqua. vedere Nicolino che cammina per la tua testa insieme a gente morta. le superstizioni di una bottiglia di birra e la dedica sulla copertina di un libro mai letto. sorridersi dentro come un gioco evitabile. forse è rimasto solo il porno di intentato. o forse è rimasto proprio solo quello senza altre possibilità. evitare di morire. e le parole giocano a rincorrersi e a fare tana al silenzio despotico di certe situazioni. e la mia vita messa in scatola. che rimane solo la liturgica sensazione di necessità che non vuoi nemmeno raccontare. che senti qualcosa in comune con fedor e dimentichi di ricordare. che a volte hanno ragione le cose casuali e io che come al solito potrei farci un ponte fino a pechino. di sola andata. le malattie che mi scoppiano sempre e solo ora. le distinzioni fra le distese di macchine fredde ancora più di me. ancora. e ancora. ridere di nuovo ma seduto sopra quella panchina infernale. cucinarsi senza declinazioni. la morfologia dei miei pomeriggi. le balene di traverso nei traslochi emozionali. i silenzi di bigiotteria perché ci sono lacrime che asciugano il sale delle canzoni sfigurate. i massacri intestini ed embrionali delle mie idee in ogni minuto. i giochi acidi con le persone. è una corsa topofobica. l'umidità dentro un pacchetto di sigarette. un abbraccio come la più simpatica forma di farmacia. gli abbracci ecumenici. rimango sospeso, rimango sorpreso. l'intelligenza botanica delle mie mattineesere. confondendo un profumo per un colore, una risposta per una conferma. e ascolto sempre la stessa musica dentro una vita che ammazza il caffè. dentro il racconto di un suicidio mattutino. o omicidio? io che vado "in culo a morfeo" per un po' avendo imparato solo a dire grazie. io che non rido mai davanti alla tv. io che parlo. che taglio la testa ai toreri per normale equità. la bilancia dei miei pensieri ormai ha solo polvere dentro le sue braccia. i suoi film vietati ai frati minori per l'elusività della fiducia che abita vicino a cattolica. senza fretta, io che non dormo mai, vado al bar. con tutti che cercano il sacro gol. dentro il mio teatro degli errori c'è una realtà astorica. e mi metto seduto( e )sudato a rinunciare al male di certi giorni commossi, commessi della vita che rompe le ossa con i ricordi futuri arrivati in ritardo
le parole che mi si congelano in gola non sembravano così speciali. le atmosfere atmosferiche di alcune persone, altre sensazioni metereopatiche di fedeltà alle proprie riconoscenze. il mare che regala mille colori anche con le nuvole. lei che è una cascata in cui è impossibile specchiarsi. piccole corse della mano. che raccontarsi sembrava ingiusto per tutto il resto del mondo con le parole che arrivano dopo questo autunno stempiato. coreografie con i fazzoletti e io che disseziono persone per cogliere somiglianze. assonanza stonata che rimane di una frase da rileggere. io che mi specchio nel mio sangue ideale di spirito partecipativo a questo circo

15 novembre 2008

(per questi vestiti che una volta si sentivano felici) un albero di mandarini

sembra essere secco anche se dà tutti i suoi frutti. certe sere, quando appoggi gli occhi sulla pianura industriale è come se tu perdessi ogni manifestazione di vita e tutto il resto, dalle luci spianate, il cemento, le macchine anonime e tutto il silenzio che hai dentro s'animasse sotto le tue lacrime fredde di morto. tu di cemento e tutto che piange al posto tuo. che come una brava mamma mi hai fatto fare spesa legale. che ci sono cd da slegare, altri che ancora non ho finito di sciogliere, un libro di traverso e tanti altri cd che non ci saranno mai. e non riesco ad ascoltare né monaci né mele. vorrei regalarti un caco. "roma era bellissima..ma non abbastanza". e altre mille parole strozzate in gola. sentire cantare e l'eco delle lacrime. e metterei in ogni palo della luce che incontri per tornare a casa un mazzo di fiori, ma tanto è tutto allagato. e mi riesco ad addormentare anche con "tutta la speranza che è andata". e rido piano per non far rumore. e gli omicidi cambiano colore. tutto è scolorito, insipido, freddo, muto e senza odore. non sono passato per casa tua, ma ho sentito comunque la pioggia. che sono finito in nuova zelanda nel tempo di voltarsi. ho detto quello che avevo da dire, ma nemmeno mi vedo in ombra. e tanto parlano di noi molte cose disadattate. e lo dico di nuovo, ancora più forte che roma non è stata abbastanza. e i tuoi fiori. e le mie mediocrità. il posto vuoto nel pulmann come uno tzunami per compleanno. i libri che arrivano per posta e non arriveranno mai davvero dove dovevano finire. mi metto in posa per questa radiografia. i sorridi stirati e messi in valigia anche se non parti. che in realtà la crisi mondiale e le recessioni varie, tecniche e tattiche, mi appartengono tutte fino al midollo. e anche io ho pianto tanto, ma non te lo avevo detto nemmeno a dicembre scorso. che un cd da solo può essere vero, anche se lento. tesi da circo dentro questa verità che mi devo restaurare, che non c'è niente da ridere e puzza. ed un cielo terso, un terzo ciclo di neve, mi piantano a terra. e non mi sotterrano anche se
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e le favole come bestemmie intestinali da comprare a rate. una passeggiata al cimitero senza nessuna rinuncia e mi sento rado. un cuore sfitto. e penso con tenerezza alle persone che perdono l'olfatto al lavoro e alle loro docce involontarie di profumo. e penso a tutto quello che non ho avuto e che ho appena sfiorato. ai saluti sfioriti, all'umidità dell'aria e alle viole bagnate per terra anche se non bevono. alla salute sparsa male e ad occhi chiusi, ai sorrisi rubati. alla vita non vissuta e nemmeno riciclata. a sweet light changed porca puttana. per distrarmi e farmi sorridere davvero, senza pensare. sporca

2 novembre 2008

"l'ora è buia"

e suona bene, avevi ragione. e non ti lascio affogare senza dire niente. non lo sai ma parlo ancora e sempre. ma non lo saprai. mi dimeno seduto a fumare, strenuamente a baciare queste piccole pistole. che nemmeno di quello avrei voglia o bisogno, ma lo faccio per non morire. per non guarire da questa malattia degenerativa che è il mio corpovascolarecelebralepolmonare contaminato da te. e tutti i sensi stanno muti e immobili. non parlo ma parlo. scappi ma rimani. rimango e non potrei nemmeno concepire di scappare, di fare anche solo un passo. dai un senso alla mia non-morte, l'unico che mi sia rimasto, salvo l'indifferenza incondizionata verso tutto e tutti. ma con te lei scappa e se ne va a morire lontana. e non mi lascio morire dentro tutto quello che ti ho dato e concesso. che poi sarei iotutto. rimango nel mio salotto che sembra avere le ricette per tutte le pene capitali. rimango ad assaggiarle tutte. ma rimango, anche ad aspettare che non torni
in silenzio(I can feel your love buzz)

1 novembre 2008

e si raccoglieva con il cuore verde

che diventano patetiche alcune derisioni. e li coglierai tutti i fiori del tuo giardino. che diventano anche inutili da commentare, e infatti non lo fai. e non è che devo fare finta di niente perché non so nulla. faccio proprio perché non posso non devo sapere. e saranno profumati questi giorni che non sfioriranno, che non era scontato niente. appunto

voglio abitare a long beach (come ulisse) e fare surf

non me ne frega niente del sonno che mi verrà a svegliare domani mattina. dei compromessi della ragione e dei complimenti con i negoziati contrattuali. delle cose scontate ma non da me. e degli aghi che se entrano in vena, poi scorrono dentro, fino a rimanere per traverso. e mi fa male. inevitabilmente "off". e le banane sono ricche di potassio. e rido dell'ipocondria che ti fa amputare le orecchie. e le mie mani rampicanti. le volontà sieropositive che si stendono al sole freddo. le tempeste solari e le aurore boreali in attesa di una risposta. che mi ci gioco il telefono. esco e non rientro nei conti. regalami un libro nuovo, ti canto, ma non le solite storie. produci e cancelli nuvole. intollerabili diventano le aiuole per strada. e mi chiedi se rientro, ma non lo so. e non dormo sotto questo silenzio accecante. che non c'è niente da dire. e ora scrivo sempre, mentre prima mai. e mi porti lontano, ma mica per mano. e le ricette confezionate per stare male. il tuo salmodioso amore per le tossicoindipendenze impronunciabili. percorri e distruggi nuvole. che è passato l'esercito questa mattina dentro le mie orecchie. e uscita dal lavoro mi chiamavi subito e ora magari col pulmino sei andata in guerra a scioperare. che io non ho fatto nemmeno il militare e non un cazzo da dire a riguardo a tavola. e non so nemmeno come si torna a casa, che hanno cambiato tutte le strade in due settimane. mi dirottano. tienimi stretto. e magari qualcuno nemmeno piscia. e non posso nemmeno arrivare a capirmi da solo, non provarci tu. che dovevano transennarmi da piccolo, o forse non lo hanno fatto abbastanza. e non ci torno a casa. esco di nuovo come mia abitudine. sai dove andavamo a guardare gli aeroplani? mi troverai lì. non puoi dire quello che non sai. e non posso nemmeno immaginare alcuni momenti senza diventare cemento disarmato. e inevitabilmente tornerò a parlare, dopo vent'anni, solo per dirti cosa significa il tuo nome. che se fossi qui non starei mai zitto. e alzo ancora la testa, ma non so se succederà di nuovo. e inevitabilmente non ci sono, o almeno non dovrei esserci. dovrei ma non posso [ .............. ]
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ed ero bravo a dimenticare gli orrori di una canzone a metà. e tienimi stretto che senno mi nascondo in fretta dentro un buco nero. e rilassarti convenzionalmente ti riesce opaco. e odio pensarti opaca anche se non dovrei. e i disegni che ci coprono. e i colori per colorarci, che sono conquiste infinite. che sono tuo. e poi non pagherei l'affitto, e non posso non voglio svegliarti. ma vorrei dovrei vorreivorrei sentirti. e tienimi a bada come conviene fare per non morire dal ridere. o dal non ridere. e ricetto buoni sentimenti. e aiutami a sopravvivere senza una casa. e dammi quella costellazione quei battiti di ciglia. e conserva del tempo anche per odiarmi. e conservami del tempo per parlare. come vedi, non vado lontano di un secondo con la tua ricetta postpunk postromantica postpsichedelica postdatata posticipata, di un luogocomune, ma disabitato, che nemmeno ci appartiene, affittami nei giorni liberi. che non te lo spieghi, e nemmeno io ogni volta che apro il cellulare la sua atomica batteria, sorridono come minimo. come minimo. e apri presto domani. e nemmeno mi ricordo come si fa a disinibire la pazzia, a staccare il motore della mia vertigine compressa. dalla mia ragione, dalla mia regione, senza la mia religione. sento solo voci stanche e casematte davvero. e cambio cenno per ubriacarmi, e cambio modo per non morire di freddo. e dovrei potei vorrei continuare fino a domaninotte che lavorerò a long beach. e mi si ritorcono contro i miei capelli lasciati allo stato brado, che sono bravo a scherzare. e figurati se chiamo i soccorsi fittizi. subaffittami da questa vita errata. con il codice a sbarre. con un codice personale troppo fiscale. e rinuncia a prendermi secondo la gravità dei fatti. la gravità dei momenti troppo fatti per crescere come conviene. le credenze popolari buone per i tarli. e sbagli se pensi che si risolva tutto con il prezzo di questa bolletta, per un rapporto a basso consumo. e i tuoi sorrisi crittografati ad arte. la mia arte stradale, da statale convenzionato a questi abusi telematici. che siamo tutti diversi, come risultati di problemi di matematica quantistica. le matematiche leggi antartiche di un silenzio abusato. con i buoni sconto dei giorni a fare strade mai viste dall'abitudine pedonale dei nostri progetti di vita. che vorrei portarti a casa il sabato sera e i giorni feriali. di ferie, intendo. e le piogge salmastre al porto mi sembrano come lava. come lavate via dalla mia macchina. e questa bolletta scaduta. e una notte vivisezionata. tirata su un foglio di carta da lucido e poi presentata a lezione di psichiatria, idolatrata. e proteggimi da me. e le tende che s'intossicano con questa aria consumistica stretta da questa giungla di mattonelle. che sento che a volte mi perseguitano e mi perquisiscono. e sento che sequestrano le mie razionali calamite. calamite che mi allontanano da queste irrazionali calamità. e mi sento all'ospedale. e mi sento un osservato qualunque. che passo inosservato da tutti, ma è meglio per tutti, anche per i non credenti, soprattutto per loro. e per questo lato sul palco si prestano molte interpretazioni, con chilometri di interrogazioni da non volontario. con tutto il programma da rifare di fretta. che sbagliare capita, ma non si paga con i saggi estivi. e piangi ancora dentro le mie tasche imbottite. e mi cadono come fossero da un rubinetto queste parole inosservate anch'esse. e poi percosse come per magia da questa città sconfinata, da questa realtà sconfitta dalla razionalità. che la vita non abita sotto una coperta, e la verità non sorride per fare una foto, e i bambini non cantano per guarirsi. e figurati se non piango per ricordarmi che abito in questa strana strada vuota e appassita, apparecchiata. che le cose sono scontate, svendute, mi fanno venire i brividi. che le cose false mi lasciano indifferente. e non dico bugie come da bambino per dare sfogo alla mia voglia di colorare. che ho sempre odiato disegnare, forse perché non lo so fare. coloro e uccido nuvole, io. ci sentiamo quando cadrà la luna almeno ci sembrerà così per questa vita. che a volte penso che le mura di alcune case siano stanche di sopravvivere con certi silenzi e con certe protosfere domestiche, e di notte pregano che vengano ad esportare un po' di democrazia anche per la loro mentalesanitàedilizia. e le sento addirittura piangere questa notte riciclata e sputata qua (naturalmente qua abitano gli scarti non riciclabili)
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e sceglierò in un pomeriggio solo le mie malattie tra quelle più iridescenti, tra quelle più evanescenti e irriverenti. molto prosaico sembra questo tuono nero. e molto solido sembra questo tono vero. lasciami stare sulla mia luna e non portarmi via. e sembra un alveare ma pieno di mosche questa stanza. che sentono bene le mie canzoni stonate. ed un sorriso spento di un sonno fiero di esistere. è orgoglioso di me il mio sonno. e mi vesto per non dormire e non mangio per non morire. che potrebbe essere cancellato tutto qua e tu lo puoi fare, puoi cancellare anche quello che non ho scritto né vissuto né voluto. sorridi meno peggio del solito se non mi senti. e le irrispettose telefonate che cementificano momenti spenti e poco attenti. e sorride ancora quella panchina che piangeva contro il danubio. e le ispezioni rilanciate. e il mio percorso univoco e le chiacchiere più grandi. e tutto quello che toccavo era già made in china. soridi che ancora è presto, come in un gioco senza pinzettatrice. con i fiori di montagna disegnati sui vetri appannati, sui vetri affannati dai nostri discorsi che tremano ancora da freddo. che sono come un'ancora che mi tiene. e mangio dolci scaduti con questa nuova immensa verità. coloro di nero i miei bisogni per non morire di'invidia. "vivo, cos'altro devo fare?". mi sveglio a beirut con un identikit sfocato dal bucato notturno di un amico impersonale. mi fa male la testa se non dormo, con i crimini di pace. che il ritratto della prima uscita in mare sembra essere lussurioso dalle porte girevoli di questa città invivibile, insensibile, insensata, indissolubile, indifferente, impertinente, impiccata, soffocata dalla coppa del mondo, benvenuto presidente. che serve come supporto per un altro fine questo piano. le disintegrazioni comunitarie, accumulate in pentole di vetro. che avevo giurato su un telecomando di non toccarlo più questo pianto, ma ci sono ricaduto in questo centro asociale. con le mie mani sporche. il decentramento a fondo sperduto dei miei pensieri fa diventare questo cielo univoco uno scolapasta. e la mia operosità misurata con i nodi e la sua rotta, la sua rottura inefficace. forse non mi fermo a nondormire sul ponte, durante il ponte inesistente, non firmato, non fermato per contratto andato al mare. e le sirene che suonano da questo mare pastorizzato e tagliato. ho posteggiato male, che tanto la multa l'ho già presa secoli fa, in un'altra vita. smemorata per paola e giuliano. e il sole stanca come antidoto, guido mentre scrivo con gli occhi, in curva. e la velocità parassitaria di certe battute con il consumismo platonico di certe complessità ipocondriache.
sto così insomma